Il quarto giorno di gare alla Lipica Open è nuovamente un giorno lieto, perché partecipa anche Zzi.

La carta si chiama Lipica, ma la zona di nuovo è quella della grotta Vilenica, dove c’è anche la carta Lokev/Povir… “Rocky ground”, insomma, per dirla con Bruce.

A me la zona non era dispiaciuta; lenta, sì, incasinata, mai detto il contrario, ma tanto io sono lenta e mi incasino anche nell’aiuola spartitraffico, almeno qui ci sono un po’ di dettagli sui quali fantasticare. E poi, dai, non può essere peggio del giorno prima a Zabavlje!

Come per magia, ricompaiono le tute rossoblù della Norvegia, i cui atleti, per l’occasione, si prestano al live-tracking della loro corsa. Di vedere come, quando e dove vanno, in fondo, non frega niente a nessuno, ma tutti siamo molto attenti a come e dove mettere il ricevitore, che sembra essere fatto apposta per essere attaccato al reggiseno.
Infinita ammirazione e gratitudine per gli organizzatori della manifestazione, ideatori di questa splendida trovata. Se c’è una cosa che ho sempre riconosciuto all’orienteering, infatti, è di dare alle ragazze mille motivi per spogliarsi su un prato.
Grazie alla Lipica Open 2014, siamo a quota mille e uno!

 

Rivanghiamo ora insieme i casini che ho fatto, ché io stessa sto iniziando a dimenticarli e non vorrei mai che certe perle di orientamento cadessero nell’oblio.

 

Dalla partenza alla uno c’è un fondo merdosissimo fatto di sassi, erba alta, sterpi, tronchi e rami caduti, nei quali non ho speranza di muovermi. Faccio ancora un pezzetto sul sentiero per vedere se riesco ad andare a prendere il sentiero più piccolo a sud, ma mi pare totalmente inerbato e mi rassegno a stare sulla riga rossa, che è il minore dei mali, o – almeno – a cercare di starci, visto che i passaggi non sono dei più agevoli.

La strategia per la due è orienteering al massimo livello: “vado un po’ a destra per un po’, tanto figurati se non vedo due doline così grandi col prato sul fondo”.
In effetti le ho viste, ma poi non ho letto la carta e sono scesa alla lanterna per la via più accidentata, mentre due passi più in là c’era un passaggio che al confronto era un’autostrada.
Me ne accorgo subito, così mi demoralizzo quanto basta per non avere la minima fiducia nelle mie capacità di orientamento sulla strada per la tre.

Nel prato ci sono più di due alberi isolati, io non ho la minima idea di quali siano quelli che il cartografo ha ritenuto rilevanti, infatti sbaglio e mi tengo troppo a nord, ma non è un grosso problema, tanto devo comunque arrivare sul sentiero di fronte.
Il dramma scoppia quando quel sentiero lo devo lasciare.

Grazie al muretto, carambolo sempre in zona punto e prima o poi punzono, ma ancora non sono entrata in carta, neanche secondo i miei approssimativi standard.

La cosa diventa evidente sulla strada per la quattro, intorno alla quale credo di girare in continuazione, ma nei pressi della quale arrivo solo alla fine, avendo vagato in un altrove mitologico che solo nella mia mente malata aveva le caratteristiche descritte in carta.

La cinque è elementare, manca solo che mettano la freccia alla fine del muretto, infatti va un po’ meglio, ma giusto un pochettino.

La tecnica di approccio alla sei resta misteriosa anche per me.

Ho seguito il sentiero che contornava la curva di livello, ho superato il muro e sono passata in mezzo agli altri muri, lasciandomi le doline a destra, poi mi sono infilata dove c’erano meno pietre, cercando di non perdere di vista il muro a sinistra, quindi ho scavalcato il muretto di fronte.

… Quindi sono andata in merda perché non ho riconosciuto neanche una delle pietre che avevo in carta. Di individuare le forme del terreno – come al solito – non se ne parla neanche, finché, nel niente sotto il sole che nel frattempo è spuntato per arrostirmi come una porchetta, non intravedo una dolina che potrebbe essere quella sulla sponda sud del semiaperto.

A questo punto, non resterebbe che attraversare il semiaperto (che era molto più aperto che in carta e si attraversava senza grossi traumi) fino alle pietre – ammesso di poterle distinguere – e andare alla lanterna dopo aver superato il verdino con un atto di fede.
Dopo aver elaborato questo infallibile piano, la mia fiducia nella sua infallibilità vacilla, così punto la dolina a sud e la circumnavigo per verificare che i dettagli sul posto corrispondano alla carta e assicurarmi di essere proprio lì e non – per dire – in uno dei sedici posti simili a pochi millimetri di distanza.

La buchetta è  insidiosa e ci metto qualche minuto a capire come riemergerne, suscitando anche nella Moglie dello Speaker quell’istinto di protezione che accomuna tutti gli orientisti che mi conoscono.
Mentre cerco di convincerlo che me la sto cavando benissimo, che io cammino così e che quelle che a lui sembrano goffe e macchinose manovre sono, in realtà, le movenze più armoniose ed efficaci di cui dispongo, mi viene anche in mente di invitarlo a pranzare con noi; nel frattempo, lui ha punzonato altre quattro lanterne e mi dico che ho fatto bene a non distrarlo, metti caso che fosse qui per la gara…

 

Ricordo distintamente di essere andata alla sette stando su un sentiero, evidentemente ho trasferito male la traccia del GPS (“Minchia, Larry, manco al computer riesci a fare orienteering?” – diranno subito i miei Piccoli Lett-ori).

Ad ogni modo, uscita dal punto sono tornata sul mio amico sentiero (era molto carino, aveva un muretto da una parte e una fila di alberi dall’altra) e mi sono diretta alla lanterna otto.

Il piano è geniale, nella sua semplicità:

– arrivo alla strada asfaltata e corro fino alla zona vietata
circumnavigo (è la parola del giorno) la zona vietata lungo il bordino giallo lecito
– al secondo muretto mi butto nel verde e lo seguo
– attraverso il giallino fino al sentiero
– alla fine del sentiero, nel bianco, se già non vedo le doline, punto la bussola

Poi, però quando sono arrivata in prossimità della zona vietata non ero sicura di essere rimasta sul bordo lecito, così ho cambiato piano al volo, sono tornata dov’ero e mi sono incasinata tantissimo col conto dei muretti (anche qua la traccia è un po’ storta, sono rimasta a destra della dolina, ovviamente).

 

Alle lanterne finali, all’improvviso, mi ricordo di quello che fanno Zzi e i nostri amici orientisti e provo a imitarli. Non che “faccia orienteering”, ma senz’altro do molto meno l’impressione di vagare allo sbando.

Per andare alla nove, vado a prendermi il sentiero il prima possibile e lo lascio quando proprio non si può più evitarlo (lo si poteva lasciare prima e tagliare il giallo in diagonale, lo so benissimo!!!), faccio sponda con la dolina e casco al centro del cerchietto mio malgrado.

Numero d’alta scuola anche (“‘anche’ oltre a cosa?” – diranno subito i miei Piccoli Lett-ori) per arrivare alla dieci, la traiettoria per la quale subisce una consapevole deviazione iniziale a causa del fondo roccioso, ripetuto – anche meglio – per punzonare la lanterna undici.

Ora cerchiamo di non fissarci sul fatto che fossero talmente vicine che praticamente si vedevano dalla precedente, per favore.

 

Anche l’arrivo sulla lanterna dodici è abbastanza pulito, specie se lo mettiamo in relazione alle mie capacità e al fondo praticamente lunare di quella zona.

Subito, però, torno in me e riesco a sfoggiare in extremis gli ultimi pezzi del mio nutrito campionario di ori-cazzate, quando ormai, restando solo la cento e il finish, pareva che per quel giorno non ce ne sarebbero state più.
La strada per la tredici è in lieve discesa, quel tanto che basta per farmi assalire dall’ansia e tenere una rotta ondivaga. Sono pochi passi, ma sono già ubriaca, così, quando sul sentiero che va verso quello finale vedo una lanterna, la raggiungo felice e spensierata pensando che sia la cento.


[Io che mi dirigo alla cento]

Se non altro, decenni di castronerie madornali mi hanno insegnato che al 90% sono nel posto sbagliato, quindi l’unica cosa giusta che faccio sempre è controllare i codici delle lanterne.
Leggo “62”, che – con tutta la buona volontà – non somiglia a “100” neanche un po’, rileggo la carta, ho un lampo di coscienza, faccio una graziosa piroetta (che quello stronzo del GPS non manca di sottolineare) e torno sul sentiero che stavo percorrendo, decisa ad arrivare al suo termine, come inizialmente stabilito.

A questo punto mi produco in un’inutile, quando ridicola, corsa disperata, come se mi stessi giocando il primo posto, a beneficio dei giudici di arrivo, che si erano tanto divertiti il giorno prima e che ormai scommettono soldi sul mio piazzamento.

 

 

Ecco il percorso nel suo insieme, concentrato in una minuscola porzione di una già minuscola carta

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