Il secondo giorno di gare della Lipica Open 2014 sembra essere il più temuto. Della carta ho sentito dire molte cose, nessuna rassicurante.

Com’è mia consuetudine, sottostimo la difficoltà dell’impegno e arrivo sul campo gara con la sola preoccupazione di non far prendere troppo caldo alla torta, ma dalle facce funeree degli astanti capisco che pensano che sarà l’ultima volta che ci vediamo, e che non sarà per colpa loro.
Molly Weasley si fa dettare la ricetta dei muppet appena mi vede, affinché io non me la porti nella tomba.
La Regina della Bussola si informa sul mio numero di scarpe, pensando già di far ereditare a sua figlia il mio nutrito e bistrattato parco tacchi, il Principe Consorte sta chiaramente patteggiando con Zzi libri e dischi, Zzi si documenta sulle modalità di estinzione di metà mutuo per decesso della cointestataria, io dispongo che il Millennium Falcon vada a CP, dato che inspiegabilmente nessuno lo vuole.

 

Tra me e lo Speaker va in scena il remake, a parti invertite, dell’addio di Ettore ad Andromaca alle Porte Scee.

Lungo il percorso fettucciato per raggiungere la partenza comprendo finalmente la drammaticità della situazione e inizio progressivamente a cagarmi addosso.
Alla fine del sentiero propriamente detto è panico conclamato: la partenza è in cima a un pendio che non ho idea di come vada scalato.
Lascio passare alcuni stambecchi ungheresi per studiare le loro mosse, ma non fanno niente che il mio corpo possa emulare. Ci riprovo con degli esemplari veneti: i gesti sono un po’ più alla mia portata, ma siamo lungi dal procedere con dignità.

Se è circo che vogliono, circo daremo; arrivo sotto l’orologio di partenza sudata e paonazza come un maniaco, con gli occhi fuori dalle orbite per il terrore, già coperta di terra e sterpi, praticamente mezza pronta per la sepoltura, ma in tempo per rivedere Zzi prima che parta.
Il mio desiderio di condannata è stato esaudito, speriamo – ora – in un’esecuzione rapida.

Se è così mi ha ridotta la salita, cioè la parte in cui vado meglio, non oso figurarmi come mi ridurranno le discese.
Il mio aplomb da pensionata che aspetta la corriera vacilla, non c’è neanche una tuta di norvegese su cui concentrarsi. Cerco di occuparmi dei lacci delle mie scarpe.
I baci di addio non mi sono di aiuto.

LA GARA, LARRY! LA GARA!

Beh, solito: trovo la uno solo perché, a giudicare dalla folla, è la stessa per tutti i percorsi e, anche senza voler seguire quello davanti (o quello dietro, dato il tempo che impiego a levarmi dalla partenza), è un po’ dura non notare lo stormo di orientisti che sparisce dietro le rocce e che qualche istante dopo rompe la formazione e si diparte per ogni dove.

I casini, infatti, sorgono alla due, dove vado lunga per un po’, arrivo su un sentiero che decido che non è in carta, faccio un po’ su e giù sul suddetto sentiero per capire come è fatto, constato che è regolarmente in carta e scendo di un numero imprecisato di curve di livello in una direzione altrettanto imprecisata, decisa a passare il prato al pettine per trovare la lanterna.

Quando cambio strategia e decido di trovare la lanterna leggendo la carta e dirigendomi sul punto su di essa segnato, ho maggior fortuna e posso proseguire.

Alla lanterna tre vado tagliando per il bosco perché mi dico che, andando così piano e avendo perso così tanto tempo, la sola strategia che posso perseguire d’ora in poi consiste nel fare meno strada possibile. Il piano è buono e regge finché non devo lasciare il sentiero: siccome la salita è la sola direzione a non darmi problemi, ne faccio un sacco e non mi fermo finché non trovo un muro.
Sospetti di stare andando storta e nel posto sbagliato: zero paletta.

Ho trovato molto vezzoso ricamare il mio monogramma sulla carta con il tracciato, così lo rifaccio alla quattro.
Poi finalmente mi scazzo di girare a vuoto come la merda nei tubi di scarico e provo questo gioco chiamato orienteering, di cui ho tanto sentito parlare.

Non mi riesce tanto bene, ma va un po’ meglio di prima: ho le mie belle difficoltà a capire a che altezza sono sul livello del mare, e anche muoversi sugli assi x e z non è proprio il mio forte, ma in qualche modo alla cinque e alla sei arrivo.

Nell’andare alla sette mi perdo non so come. Probabilmente mi sono distratta per via di qualche farfalla, fatto sta che il mio – bellissimo – piano di arrivare sul sentiero a est del punto passando fra le due grosse doline ancora più est (in modo da avere un’idea non troppo vaga di dove sono) va in fumo perché i miei piedi non ne vogliono sapere si stare fuori da un sentiero e ne imboccano uno a mia insaputa, che solo per pura fortuna va più o meno dove mi serve andare.

Sono persa. Ho un paio di teorie sulla mia posizione, ma per sicurezza me le faccio confermare dalla Riccia Spiccia, che passa di lì proprio quando sto per tirare una monetina e andare dove dice la sorte.

Scoprire di essere meno persa di quello che credevo mi infonde un’inedita fiducia, infatti vado ai punti successivi con la tracotanza necessaria per perdermi alla grande, ma sono talmente facili che perfino io ci piombo sopra come calamitata.
Vivo il mio momento di gloria quando addirittura do indicazioni a uno bravo (lo conosco, è bravo veramente, è anche simpatico, ma non lo nomino perché non so come soprannominarlo) che si è perso, mentre io so esattamente dove siamo. Certo, vado talmente piano che il segno del dito sulla carta si muove alla velocità apparente del sole, ma intanto io so esattamente dove siamo e lui no. Sono troppo orifiga.

Già alla dieci, però, ricomincio ad andare un po’ storta, mi ripiglio leggermente facendo di nuovo tappa alla nove per tornare indietro (è tattica, giuro), ma quando da lì punto la undici torno la consueta orisega. Credo per non cadere nel precipizio, mi tengo troppo alta nello scansare la dolina, e così, lungi dal rendermene conto, finisco nel niente sotto il sole.

“Quale dolina?” – diranno subito i miei piccoli lettori, che vedono solo prati, muretti e sentieri sulla strada per la undici?
Come “quale”? Una delle cinque o sei che si incontrano se – come me – si tende ancora a puntare il numero e non il cerchietto sulla carta, facendo, così, una scelta di percorso che passa praticamente per un’altra carta.

Il raggiungimento dell’undicesimo punto è frutto di una consulenza con una bambina slovena di dieci anni, una signora tedesca che chiaramente mi fornisce un’indicazione sbagliata affinché mi levi di torno e l’unica sedicenne slovena brutta, che, evidentemente incattivita dalla sventura, risponde puntando con gli occhi chiusi il dito a casaccio sulla mappa. Sfiga vuole che il dito le cada proprio nel niente sotto il sole in cui siamo.
Ringrazio entusiasta. Dice che non è per niente sicura. Insisto, le spiego io perché ha ragione. Non mi crede. Glielo spiego un’altra volta. Si scazza. Me ne vado e la lascio là, che non si capacita della sua bravura.
Torno indietro, chiamo la bambina che sta pascolando col naso per aria e la carta dietro la schiena, la metto sul sentiero, le mostro dove siamo, almeno lei mi crede, o fa finta di credermi, e me ne vado col cuore in pace.

La mia bontà è stata premiata, perché rientrando incontro l’orientista più affascinante del reame, il quale – memore fino al suo ultimo giorno di vita della mia posata reazione alla seconda gara del Liburnija Orienteering Meeting – non mancherà di prendermi per il culo perché Zzi non è ancora arrivato. Incasso e porto a casa.

Quando Zzi taglia il finish è salutato dalle grida di giubilo di metà dei presenti, specie perché, finalmente, si può tagliare la torta.

 

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3 Responses to “Larry a Lokev/Povir (Lipica Open 2014 – stage 2, 09.03.14)”

  1. The Speaker ha detto:

    “Non ho dubbi sul fatto che fin dalla lettura dell’Iliade si impari a fare un po’ il tifo per i poveri troiani assediati da millanta navi ed eroi achei, a simpatizzare per quel povero Ettore che nel sesto canto dell’opera Omerica “eute pulas ikane dierkomenos mega astu te ar emelle pedionde” per andare a salutare per l’ultima volta Andromaca ed il primogenito… Un eroe per il quale si fa il tifo ma… prima o poi l’eroe deve anche crepare, no? Nel modo più eroico possibile ma deve crepare! Il tifo per il più debole non ci va mai dimenticare che se Ettore, attaccate le navi, avesse rimandato indietro i greci con la coda tra le gambe, ci saremmo ritrovati a simpatizzare per un energumeno anabolizzato e pure cafone… ed avremmo immediatamente cambiato bandiera al grido di Ma ‘sti poveri greci!.”

    Giusto per la precisione, cara la mia Andromaca!

  2. Larry ha detto:

    Quale parte di “a parti invertite” non era chiara, caro il mio Andromaco?

  3. […] La gara di Larry la trovate nel post “Larry  Lokev Povir“. […]

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