Coerente con l’incoscienza che mi ha fatta iscrivere a cinque giorni di orienteering, arrivo sul soleggiato prato del ritrovo con il cuore leggero e le braccia appesantite da una scatola di muppet, gli sgarruppati cupcake che ho fatto per il Principe Consorte.

Sono pure vagamente emozionata, perché sto per fare shopping: la mia bussola, infatti, non è ricomparsa, così, per propiziarne il ritorno (è in casa, cazzarola, lo so che è in casa, ma la stronza sta nascosta) ho deciso di comprarne una nuova.
La cosa non mi rende affatto felice, sia per l’aspetto economico, sia perché io sono il tipo che si attacca alle cose e non le rimpiazza facilmente, anzi, tende a guardare a lungo con diffidenza le new entry, continuando a paragonarle ai cari estinti e trovandole sempre mancanti, tuttavia è la prima volta che mi scelgo da sola una bussola (le ho sempre ereditate) e la cosa non mi lascia del tutto indifferente.

Spero anche che sia l’ultima, perché significherebbe che smetto di perderle. Per non prendere decisioni affrettate e fare la gara con serenità, lo Speaker mi presta la sua bussola di riserva. All’epoca non si è ancora trasformato in una serpe in seno e ‘sta cosa di andare in gara con la sua bussola, la prima si-card di Zzi e il santino del Principe Consorte mi diverte molto; manca la giarrettiera di CP, e poi sono bardata come una sposa.

Nei pressi della partenza sono più a mio agio del solito. Non ho sviluppato il contegno dell’orientista, e ho il consueto atteggiamento di quella che sta aspettando l’autobus, ma ugualmente mi mimetizzo alla perfezione, perché gli altri sono tutti più distratti di me, colpiti – e affondati! – dalle tute della nazionale norvegese.

LA GARA, LARRY!

Arriva anche la mia ora, faccio su la carta, sto il mio solito minutino a cercare il triangolo, e poi inizio una serrata trattativa con le vocine nella mia testa per decidere la direzione da intraprendere.
Un paio vogliono seguire gli altri atleti: se sono andati di là, un motivo ci sarà, e poi, l’importante è togliersi il prima possibile dalla zona di partenza, dove tutti ti guardano e pensano “Va’, che pirla, ancora lì con la carta aperta!”.
In realtà, la gente in partenza è solitamente troppo concentrata sugli affari propri (o sulle tute della nazionale norvegese, in questo caso) per far caso a cosa sto facendo io, ma vallo a spiegare alle vocine nella mia testa.

Alcune altre vogliono verificare che davvero non ci sia scelta migliore per me.
Ci pensano molto e alla fine si arrendono; se avessi seguito il primo che passava avrei risparmiato un paio di minuti, a suppongo che non sia questo il gioco.

Dal sentiero in poi, la via per la 1 è a prova di Larry.

Alla 2 bisogna saper leggere le forme del terreno, infatti cappello subito, andando a pascolare in una dolina a caso perché non so distinguerla da un avvallamento.

 

Per la 3 faccio una scelta talmente conservativa che prima, quando ho trasferito il tracciato GPS sulla carta, non riuscivo a trovare la traccia, perché la cercavo altrove, in quanto non mi capacitavo del fatto che potessi essere passata “da sopra”. Però ha funzionato.

Giungo sulla 4 con relativa precisione, così da guadagnare una certa fiducia nella mia capacità di lettura della carta… ok, diciamo pure “una grande fiducia”… va bene, lo ammetto, mi sono montata la testa, ho riposto nella mia capacità di lettura una fiducia “esagerata” e mi sono giustamente persa al punto dopo.
In realtà stavo andando discretamente, poi ho incontrato il Brioso Ballerino, il quale mi ha premurosamente chiesto se andasse tutto bene (‘sta cosa che appena uno mi incontra nel bosco si precipita in mio soccorso la dice lunga sulla stima che gli orientisti ripongono nelle mie facoltà motorie e intellettive); ho fatto giusto in tempo a dirgli che me la cavavo e mi è andato in aceto il cervello.

Siccome sento che la lanterna 5 non può essere lontana, faccio un po’ di su e giù alla cazzomannaggia nei paraggi.
Guardo la carta, ma non la leggo, semplicemente fisso un dettaglio con l’espressione e il cervello vuoti di quando fissavo un’equazione alla lavagna, in attesa che il supplizio, in qualche modo, finisse da solo.

 

Quando capisco che la campanella non suonerà, mi desbelino, mi guardo intorno, constato di avere il colossale culo di trovarmi fra due particolari mastodontici e da lì punto la lanterna, fissa sulla mia rotta come un cetaceo, fa niente se devo attraversare la foresta vergine. Al ritorno, però, faccio il giro.

Sono rimasta così traumatizzata dalla 5, che per andare alla 6 vado intenzionalmente nella direzione opposta, per riguadagnare l’unico punto noto della zona e ripartire da lì. Non uscirò viva da cinque giorni così.

 

Tutto abbastanza regolare fino alla fine, a parte il solito circo per scendere nelle doline, che io attacco sistematicamente dal punto più infelice, producendomi in patetici contorsionismi per raggiungerne il fondo…

 

… e la doppia puttanata su 11 e 12: nel primo caso, seguo un sentiero immaginario fino alla dolina sbagliata, snobbando quello reale che conduce al punto; nel secondo, non capisco bene da dove prenderla, sarei tentata di proseguire e tornare indietro, ma è la cento e mi vergogno come una ladra, quindi mi infratto nel  bosco in un punto che – evidentemente – non era quello previsto dal tracciatore, suscitando l’ilarità dei fotografi, ma per fortuna solo la loro e quella di pochi altri presenti.

Dopo il finish vado al ristoro e faccio pure la figa porgendo l’acqua alla Regina della Bussola, con la faccia di quella che è lì da un pezzo.
Curiosamente, nessuno mi crede.

Tagged with:
 

1 Response » to “Larry a Dutovlje (Lipica Open 2014, stage 1)”

  1. […] volta che ci vediamo, e che non sarà per colpa loro. Molly Weasley si fa dettare la ricetta dei muppet appena mi vede, affinché io non me la porti nella tomba. La Regina della Bussola si informa sul […]

Leave a Reply