Il Casino di Venezia

On 28 gennaio 2014, in Orienteering, by Larry

Piacerebbe anche a me che ci fosse un refuso nel titolo e che questo si rivelasse essere un post sul gioco d’azzardo, ma la verità è un’altra: a Venezia ho combinato il solito casino (e difficilmente faccio refusi, anche se affermarlo è il modo migliore per garantirsi di farli).

L’azzardo, però, c’è stato: presentarsi al cancello di partenza.

Per quanto mi riguarda, la gara di Venezia si corre in categoria A, non ci sono cazzi.
Non ha alcuna importanza che sia al di sopra delle mie possibilità in un modo che ha dell’impudico, tanto tutto l’orienteering è al di sopra delle mie possibilità; Venezia – qui lo dico e qui lo nego, ma più di tanto non lo posso negare perché ho avuto modo di dirlo più volte in passato – è l’unica gara che mi piace, e si fa in A perché dura di più.

Lo scorso novembre, poi, non c’è stato il MOV, il prossimo novembre non ci sarà, e la gara di luglio costa come un concerto, o come tre tappe della Lipica Open, o come entrambe le tappe del Liburnija O-Meeting, o il doppio della Kvarner Bay Challenge, o come tutto l’anno in Ungheria… insomma, it’s now or never, come diceva Elvis.
Potessi, farei l’ME.

Stavolta le premesse non sono le migliori, per una serie di motivi che illustrerò altrove, se mi girerà di farlo. Mai come quest’anno, infatti, sono stata fuori forma e demoralizzata, ma mai come quest’anno sono stata inconsapevole del mio stato.
You’re really on your knees, when you think you’re standing tall, come diceva Jon Bonjovi.

Sapevo che l’ultima volta che avevo fatto una corsa decente era il primo dicembre e che non correvo – neanche in maniera indecente – da due settimane, durante le quali ho avuto la malaria e sono stata tutto il giorno in letto a “rimettermi in forze”, ingurgitando calorie che non avevo modo di consumare, ma pensavo che tanti buoni propositi per il futuro e l’invexendo della gara avrebbero tirato fuori le mie capacità nascoste. O sono nascoste molto bene o non ci sono affatto.
Sorry, but you’re looking for something that isn’t there, come dice WordPress.

 

#VEnotte14 – 25 gennaio 2014

 

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L’unica gioia della serata ce l’ho in partenza: parto, infatti, allo stesso minuto dell’orientista più affascinante del mondo, e me lo lumo per i tre minuti tra la chiamata e la partenza, che, però, passano subito. Lui, inspiegabilmente, non sembra entusiasta di avermi intorno.

Sul retro della carta c’è scritto il mio nome.
Sono molto impressionata dall’organizzazione, ma per tutta la gara, la mia preoccupazione principale sarà tenerla saldamente piegata, in modo che chi mi incontra non lo legga.

Il Principe consorte e io ci separiamo subito, perché – a differenza di me – lui sa dove andare, e sparisce oltre un ponte che non mi pare di dover attraversare.
Ma mi pare anche improbabile di dover andare dalla parte opposta, passando per la zona in cui gli atleti si riscaldano.

Già che è lì appollaiato, mi consulto con Gilberto, il sapientissimo nipote di Pippo, il quale allarga le braccia con la faccia da “lo devi sapere tu, mica ho io la carta in mano”, che io interpreto come un “segui il tuo istinto, Luke“, e mi incammino nella direzione che presumo corretta.
Siccome ho ancora forti dubbi, ci vado molto lentamente.

Non è una strategia molto intelligente, poiché fa perdere un sacco di tempo; è vero che, se la direzione si rivelerà sbagliata, non se ne sarà percorsa molta e si farà prima a tornare indietro, ma se disgraziatamente fosse quella giusta, si risulterà l’atleta più lento, e sarà inutile aver fatto la scelta corretta.
In linea di massima, non è questo il mio problema, perché non faccio mai la scelta corretta.

Lungo Fondamenta delle Zattere corro a velocità siderale, nel senso che mi sposto con la velocità apparente dei corpi celesti: a guardarmi, sembro ferma, ma, se non mi si guarda per un po’ e si torna a cercarmi dopo alcune ore, in effetti, appaio in una posizione diversa da quella in cui ero stata vista l’ultima volta.

Il tragitto dalla uno al ponte dell’Accademia è una brillante intuizione  della ragazza che mi ha appena superata.
Io sarei tornata indietro sulla riva andata su per la terza traversa a sinistra. Vederla proseguire mi ha fatto domandare dove cazzo stesse andando e notare, così, l’alternativa più interna. Sto una ventina di secondi minuti a cincischiare sul punto cercando di decidere se sia più breve la sua scelta o la mia, poi mi decido per la sua.

A riguardare la carta adesso, mi pare che fosse più breve la mia, così misuro il tragitto, con lo scopo di dimostrare a me stessa che devo avere maggiore fiducia nelle mie capacità di lettura della carta, così da essere più risoluta negli spostamenti in futuro. Il percorso della tipina misura 82mm, il mio 91.
Prendere nota: la mia scelta è sempre quella sbagliata.
Dal ponte alla lanterna 2 continua a sembrarmi ci sia una sola possibilità.

Per andare alla 3 cerco di incasinarmi la vita il meno possibile, stando su direttrici a prova di Larry. L’unica strada alternativa che vedo adesso dà 70mm contro i 67 che ho misurato sul mio percorso: era proprio una tratta a prova di Larry.
Sono talmente sicura di dove sia la lanterna che la trovo anche se è avvolta dalla tenebra.
Peccato che, dopo avere punzonato, veda a malapena la carta.

Il caruggio che porta alla 4 è invaso dal sublime effluvio di una pasticceria, e se eravate troppo presi dalla gara per notarlo, mi spiace per voi. Datemi retta: fatevi una vita oltre l’orienteering.
Io lo noto fin troppo e vado lunga, perché a un certo momento la mia testa – preda dei seducenti profumi – decide che il cerchietto è sul cul de sac e non sul pozzo, ma non decide di dare una sbirciatina alla carta. Mentre mi meraviglio dell’assenza della lanterna, un provvidenziale bip proviene dalle mie spalle e una sequela di insulti dalle vocine nella mia testa.

In direzione della 5 va in scena l’Amleto; opterei per il percorso più evidente, ma sono spolmonata da quattro tratte e non mi fido del mio istinto, così mi risolvo per la strada tortuosa. 57 millimetri contro 59: se ci pensavo di meno e mi muovevo di più, facevo prima in qualsiasi direzione.

Da qui, la 6 è facilissima: ci si va a occhi chiusi, anche perché la piazza è buia e tenerli aperti è irrilevante.
Io, invece, li uso per guardare la carta, che nel frattempo si dev’essere girata a mia insaputa, e sbaglio di 180° all’incrocio. Me ne accorgo abbastanza presto e, volendo recuperare il terreno perduto, mi precipito nella direzione opposta, solo che non mi rendo conto di avere commesso l’errore pochi passi prima, e torno indietro troppo. Per fortuna, le strade possibili sono solo tre e alla fine imbrocco quella giusta per forza.

Sfinita, cerco di leggere la carta mentre cammino flemmatica (leggasi: ansante) verso la lanterna 6 (che poi è sempre la 3), così metto il piede in una pozzanghera e mi inzuppo il piede destro. È andata bene che era acqua.
Vedo una sega, mi installo sotto la luce della banca e l’unica strada che vedo, per andare alla 7, è quella che passa per il caruggio vicino a me. Lo imbocco con fiducia e la prendo da sotto. 66mm contro gli 86 dell’alternativa che vedo ora; quando si dice “il culo”.

Alla 8 vado sciolta come la cacarella estiva, talmente sciolta che, per ricordarmi la scelta, ho dovuto scaricare i dati del GPS.
La mappa di Google dice che c’è un negozio di Ferragamo lungo la via che ho percorso, ma durante la gara non l’ho notato. Questo dovrebbe essere sufficiente a darvi la misura del mio stato di alterazione, a causa del quale faccio comunque due passetti in una direzione sbagliata, giusto per gradire.

Alla 9 arrivo bene: un po’ perché leggo bene la carta, un po’ perché è la terza volta che ci vado e perfino io – a questo punto – ho capito com’è fatta la zona. Siccome sta andando tutto liscio, penso bene di prendere il ponte che butta in Calle Mandola, imbottigliandomi fra i turisti. Approfitto della luce per leggere la carta

Per andare alla 10 ho una strategia formidabile: andare verso la 4 – che so dov’è – e girare a destra all’incrocio prima.
In teoria è un piano perfetto, perché permette di correre forte senza prestare attenzione alla carta. Peccato che io non riesca a correre (tantomeno forte), e lo vanifichi: la mia scelta misura, sulla carta 54mm, quella di Zzi 48 (seguirà).

Siccome sapevo la strada, ho già visto che devo attraversare Rialto per andare alla 11, in quanto il comunicato di gara vieta espressamente di guadare i canali.
Prendo la riva appena posso (c’è puzza di piscio) e percorro il ponte sul lato esterno, in modo da evitare la folla. È una precauzione inutile, perché vado talmente piano che sembra che stia seguendo un feretro.
Resto, allora, nella zona più trafficata, perché mi pare la via più diretta. Dato il mio stato, non è una pessima scelta.
Curiosamente, non trovo alcun modo per allungarla, ma tanto ormai vado troppo piano e non ho più bisogno di commettere errori clamorosi per fare una gara di merda.

Anche la strada che ho scelto di percorrere per andare alla lanterna 12 mi sembra ancora la più economica, ma ci sono talmente tante alternative, che non ho voglia di mettermi a misurarle e confrontarle.

Da qui, non vedo altra via per la lanterna 13 che non sia tornare sui miei passi. Ora noto che si poteva proseguire, percorrendo una strada lunga 71mm contro i  75 che ho fatto io. Tutto sommato è andata bene così, perché se me ne fossi accorta in gara, avrei sperperato in elucubrazioni da ferma tutto il tempo che la strada più breve mi avrebbe fatto risparmiare.

Questa storia di tornare sui propri passi, comunque, non mi sembra tanto orientistica, perciò escludo a priori che sia nelle intenzioni del tracciatore farmelo fare, e mi dirigo alla lanterna 14 passando per campo San Polo, ma non lungo la via trafficata e illuminata, che, sebbene più lenta, è più diretta e potrebbe servire per leggere la carta – no: prendo quella buia e tortuosa, per sincerarmi di dissipare altro tempo.

Anche se – come detto – ormai sono troppo sfatta e il mio posto alle fondamenta della classifica è assicurato anche se compissi le scelte migliori, non voglio correre rischi e faccio un paio di belinate anche andando alla 15 e alla 16, la strada per la quale scelgo secondo il solo criterio delle condizioni di luce.

Mi pare che la via più breve per la 17 consista nell’uscire da Campo San Polo da sud, il che implica inciampare nel copricavi della pista di pattinaggio e scivolare sul ghiaccio sciolto, per la gioia del mio pubblico, che aveva già apprezzato il mio accasciarmi esausta contro l’albero.

Un paio di campi più in là vedo una strada che  non c’è, mi porto troppo presto sul bordo del canale, pensando di poterlo costeggiare fino al sottoportego a fianco della lanterna, ma do una facciata contro un muro, devo rientrare nei caruggi interni e mi incasino ancor più di quando non mi fossi già incasinata fin qui.

Mi chiedono un’indicazione, ne conio una plausibile, faccio cinque passi, giro la carta e non so più dove sono; proprio non lo so più.
E per un tempo che non so quantificare, ma che deve aggirarsi sui due o tre minuti, dalle vocine nella mia testa arrivano solo esclamazioni di sconforto e suggerimenti demoralizzanti: “Ci siamo perse”, “Staremo qui delle ore”, “Non troveremo mai più la strada di casa”, “Non sappiamo dove siamo”, “Cazzo, cazzo, cazzo”, “Dio, che figura di merda quando scaricheremo i dati”, “Là c’è uno con la lampada in testa che va per di là, proviamo a vedere dove va”, “No, non ha senso, se ci allontaniamo troppo non ci ricollochiamo più”, “La figura di merda allo scarico dei dati sta assumendo proporzioni ciclopiche”, “Forse dovremmo tornare indietro e rifarla”, “Sì, ma dove cazzo è «indietro»???”, “Quel gradino è proprio perfetto per rannicchiarcisi sopra e piangere finché non arriva Zzi”, “Forse dovremmo ingoiare la Si-card, per evitare la figura di merda allo scarico dei dati”.

Con questo casino in testa, faccio un po’ fatica a ritrovarmi, poi finalmente l’avere due culi si rivela un vantaggio, e per pura fortuna vedo in carta il ponte storto che ho davanti, torno un po’ indietro e punzono la 17, dove sta punzonando tanta di quella gente che pare un comizio di orientisti, e se le vocine avessero taciuto per un attimo avrei trovato la lanterna a orecchio.

Anche lungo l’evidente strada per la 18 riesco a fare uno sbaglio, ma tutto sommato piccolo: giusto una deviazione minima per poter dire di non aver fatto bene neanche una tratta.
Cerco di correre, e mi pare anche di farlo, a giudicare dallo sforzo che avverto, ma poi mi rendo conto che il tempo che trascorro tra la porta del supermercato e il ponte che porta al CUS è maggiore di quello che ho impiegato per percorrere lo stesso tratto quando siamo arrivati, passeggiando con calma e chiacchierando con gli zaini in spalla, a formalizzare le iscrizioni.

Abbozzo una parvenza di corsa fino al finish, per evitare di farmi prendere per il culo dai miei Piccoli Lettori cui eventualmente capitasse di assistere al mio arrivo, ma è una precauzione inutile, perché il tempo complessivo è sufficiente a rendermi immediatamente oggetto del pubblico ludibrio, al grido di “Oh, sei già qua?”.
Anche gli austriaci seduti sui miei vestiti mi pare dicano “Was machst du schon da?”.

Per tutta la sera (e il giorno successivo, e anche quello dopo, e poi non so perché nel frattempo il presente post è pubblicato, ma la carogna non è scesa) alternerò l’euforia per la piacevole compagnia, di cui tradizionalmente ho il privilegio di godere in occasione della gara notturna di Venezia, allo scazzo per il risultato pessimo.
Ovviamente – essendo pur sempre consapevole delle mie capacità – non avevo alcuna reale velleità agonistica, ma un po’ meglio di così pensavo di riuscire ad andare.

My best was never good enough, come dice Bruce Springsteen.

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8 Responses to “Il Casino di Venezia”

  1. gilberto ha detto:

    Guarda che la MA la puoi fare! Sono i maschietti che non possono fare la WA!

  2. Larry ha detto:

    Alludi alla mia scarsa femminilità vero? Nel senso che nessuno noterebbe l’anomalia…

  3. gilberto ha detto:

    “Potessi, farei l’ME”
    alludevo alla tua sana incoscienza … 🙂

  4. Larry ha detto:

    Va be’, da qui alla prossima edizione ho tutto il tempo di morire e salvarmi.

  5. […] Sabato scorso, 25 gennaio, c’è stata una gara di orienteering a Venezia. […]

  6. […] E ora… ben ritrovati, miei Piccoli Lettori. Okay, voi c’eravate, sono io che sono tornata solo adesso, ma – come immaginerete – ero sul mio divano di dolore a leccarmi le ferite per la (consueta) disfatta veneziana. […]

  7. […] La fuga di Kitty (è così che ho chiamato la mia bussola dopo che l’ho ritrovata, perché “Kitty’s back”), però, non era stata l’unica conseguenza della mia esperienza di posatore quasi-qualificato alla prima tappa del CIOC: la permanenza nel bosco – verosimilmente quella di sabato 4, ma anche domenica 5 sotto la pioggia ha avuto il suo ruolo – mi ha debilitata, e ho contratto la malaria, la tubercolosi, la febbre di Oroya, l’impetigine, la pertosse e – già che c’ero – la prostatite. Insomma, mi è venuta la febbre e sono stata male. Solo una terribile disgrazia, dunque, e non la mia inettitudine, è stata la causa del mio non brillantissimo risultato a Venezia. […]

  8. […] è ancora finita la preparazione alla gara di orienteering notturna a Venezia?” – mugugneranno subito i miei Piccoli Lettori – “No, perché, sai […]

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