Gli aspetti meno tecnici (come se fossero tecnici quelli che seguono) sono descritti su Larrycette

 

La carta dice un sacco di cose, ma per lo più le dice solo agli orientisti.
Quello che a me comunica per certo è che si tratta di una SPRINT.

Dal dizionario online del Corriere della Sera:

Sprint

 

 

Possiamo dedurne che sia una gara in cui eccellono gli atleti dotati di questa mitologica capacità di compiere accelerazioni improvvise, una gara, cioè, che viene via tutta d’un fiato e non si sta lì a remenarsi a pensare alle scelte di percorso: si guarda dov’è il punto e si va, rapidi e decisi come lo strappo della cera depilatoria.

Io ho pensato di interpretare la gara in modo un po’ alternativo.

 

 

Larry a San Leonardo, 19 maggio 2013 – Campionato regionale SPRINT FVG

 

Dalla partenza alla 1

Parto subito molto bene, capendo, grazie ad un raro momento di lucidità, che io mi trovo sul quadratino e che il triangolino è dove vedrò la svedese. Piena di fiducia nelle mie doti di orientista, procedo bofonchiando che mah, bu, oramai dovrei vederla,  perché non la vedo, merda, è la fine, eppure – minchia – sono appena partita, non ho neanche finito di imbustare la carta, aiuto, mi sono persa, aiuto!

Un tizio con la maglia del Barcellona stende un braccio, come per mettere la freccia a destra, ma poiché non siamo in bicicletta (e siamo fra i pochi a non esserlo), guardo dove punta il suo dito. Toh, una lanterna. Toh, è senza centralina.
Sì, no, beh, ma lo sapevo che era qua, mica mi ero persa davvero…

È il momento di guardare il paesaggio e, in effetti, recinto e prato sembrano corrispondere. Ho una mezza idea di  andare ancora un po’ avanti per verificare la posizione, ma poi mi sento intrepida e decido di verificarla strada facendo in direzione della lanterna. Dopo un po’ che sono in direzione della lanterna, sento una mamma che spiega a una bambina che bisogna mettere il pirulo nella centralina.
Vuoi vedere che…? Ma no, impossibile… di già? Do giusto un’occhiatina, ma solo perché è tutto asfalto.
Ma guarda, è la mia lanterna!

 

Dalla 1 alla 2

La scala a 1:4000, a dire il vero, mi sta mandando un po’ in merda, ma non voglio farmi (ri)prendere dal panico. È normale non entrare subito in carta, ora ho capito e non sbaglio più.

Arrivata nei pressi della 2, la vedo da distante. Me la sarei aspettata a destra, ma si vede che non ho imboccato il sentiero giusto, capita. Forse non sono ancora entrata in carta, ma ora ho capito e non sbaglio più.
Quando faccio per punzonare, noto incidentalmente che il codice della lanterna non corrisponde a quello della descrizione punti. Lo controllo da tutti i lati, visti i precedenti, ma non corrisponde neanche con molta fantasia.

Vuoi vedere che…? Ma no, impossibile… Do giusto un’occhiatina a destra. Toh, la 2!
Bene: ora che so con certezza dove sono, posso dirigermi sicura alla prossima lanterna. Ora ho capito e non sbaglio più!

Dalla 2 alla 3

Proseguo spedita (nel senso che mi hanno spedita, cioè mi hanno detto “vai, muoviti, cazzo, non lo vedi che stai causando un imbottigliamento sul sentiero?”) attraverso il prato, ma non nel campo coltivato, che è giustamente vietato attraversare, per non rovinare le colture. Cammino bordo-bordo come un funambolo nel verdino, che non voglio sapere di cosa sia popolato, terrorizzata al pensiero che mi scappi un piede su una panoceta innocente. Quando finalmente approdo sul sentiero, ho la brillantissima idea di recuperare un po’ di tempo correndo.
Non vado veloce, ovviamente, anche se lo sforzo e il dispendio di energie percepiti sono paragonabili a quelli di chiunque altro durante una maratona, in compenso vado lunga.

Vedo una costruzione e capisco di essere alla 7.
Leggo il codice della lanterna e apprendo di essere alla 4.
Perché pensavo di essere alla 7? Perché?
Perché proseguire verso la 7 e poi girare a sinistra tagliando i prati sarebbe stata forse una scelta migliore, e l’orientista che è in me (perché me lo sono mangiato) per un attimo deve aver pensato di averla compiuta, ma ha dovuto presto scontrarsi con la dura realtà.

Comunque ora sono alla 4, posso ripartire da qui.
Forse non ero ancora entrata in carta, ma ora ho capito e non sbaglio più.

 

Dalla 3 alla 4

So dov’è.
Di tornare nel prato dal quale sono venuta non se ne parla, perché l’erba è alta come me, non si potrebbe correre neanche volendo, non si vede dove si mettono i piedi e chissà cosa ci abita. Come minimo c’è il tremors che esce dalle viscere della terra e mi mangia: sono già stata molto fortunata a sopravvivere alla tratta di andata, non tiriamo la corda!

Resta il giro fra i campi coltivati, nel senso “fra un campo coltivato e l’altro” camminando nello stretto corridoio di sterpi con un piede davanti all’altro come sull’asse d’equilibrio.
So che non stentate a crederlo, ma io odiavo l’asse d’equilibrio. A parte il fatto che ginnastica è sempre stata la materia in cui andavo peggio, quella in cui prendevo la sufficienza (pure abbondante) solo perché sarebbe stato criminale rovinarmi la media, l’asse d’equilibrio era il mio incubo. Ne tolleravo la presenza in palestra solo perché veniva usata come panca per far sedere quelli con la giustificazione, ma quando il prof. li faceva alzare affinché la classe facesse un esercizio, io volevo morire. Una volta l’ho percorsa per quasi metà lunghezza perché la Marta Bottacchi mi ha dato manina da sotto, ma di solito non riuscivo neanche a salirci. Sono sicura che se ci provassi adesso non ci riuscirei ugualmente.

Mi è mancata molto la manina della Marta Bottacchi, ma sono passata senza sfiorare neanche una piantina; l’operazione ha richiesto diversi minuti e forse non è stata la scelta più acuta, ma non ne ho viste altre, al momento.
Il sentiero mi sembra suolo amico e poco ci manca che ci lasci gli incisivi, perché il suolo sembrava amico, invece era infido e scivoloso come una saponetta.
Punzono e sto un po’ lì, a vedere se arriva l’arcangelo Gabriele a dirmi che veramente bisogna tornare indietro per andare alla cinque.

 

Dalla 4 alla 5

Sì, bisogna veramente tornare indietro.
Raffica di seghe mentali, ché allora, forse, bisognava ripassare per il prato, in modo da arrivare alla quattro da sotto e continuare in avanti per la cinque… comincio a domandarmi quando cazzo mai potrò scrivere sul blog di essere entrata in carta, ma poi incontro Zzi e posso sfogare su di lui la mia frustrazione.

“Ma non è colpa sua se sei scema” – diranno subito i nostri Piccoli Lettori. Certo che no, ma è colpa sua se faccio queste cose.

Manco del tutto il corridoio di prato tra i due verdi che conduce alla lanterna come una pallina del flipper, ma non batto ciglio, tanto in questa carta non ci entrerò mai, ho già messo in conto di andare lunga a prendere il sentiero.
Molto prima di quando penso che sia il momento, guardo a destra e vedo un oggetto, che ora, nel mio ricordo, è una barca rovesciata, ma che a pensarci bene è improbabile che lo fosse, dato che eravamo nel ventre della Furlania.

Vado un po’ a vedere se per caso, sebbene impossibile, ci sia la mia lanterna, e ovviamente la trovo. Non sono neanche contenta.

 

Dalla 5 alla 6

Suppongo che la scelta migliore fosse prendere il tunnel da flipper che ho mancato all’andata e poi correre sul sentiero fino al prato, ma dato che non sono ancora entrata in carta e dubito che lo farò mai, faccio una scelta conservativa e torno sul sentiero dal quale sono venuta. Eccheccazzo.
All’incrocio, incontro la Regina della Bussola, che mi interroga per sapere se so dove sono. Rispondo correttamente, ma la Regina è una maestra severa e scrupolosa, e prova a farmi un trabocchetto, mostrandomi un pezzo di carta che non c’entra un cazzo, per vedere se mi confondo, ma io – testarda come il più consumato degli orientisti – resto salda sulla mia risposta, avallandola con il riscontro di dettagli oggettivi e dimostrazioni logiche (“Minchia, Cri, ne vengo adesso dalla mia 5, che sta là davanti, se non mi hanno rapita gli alieni nel frattempo, siamo su questo incrocio qua. C’è il fiume, c’è il sentiero, c’è l’incrocio… dove altro cazzo vuoi che siamo?!”).

Data prova della mia competenza, cappello l’approccio alla sei, che una come me deve prendere da sotto, e io invece l’ho presa da sopra e sono stata tre quarti d’ora a scostare frasche, saggiare il terreno con il piede, valutare l’appoggio e menate del genere, mentre numerosi altri concorrenti – manco a dirlo – scendevano disinvolti e rilassati come uno che esce dal cesso.

 

Dalla 6 alla 7

Se fossi una che gareggia, qua avrei perso la gara.

Per fortuna sono una che non vuole neanche partecipare, e prendo bene il fatto che – di nuovo – la lanterna che vedo in lontananza non è la mia, perché siamo ancora nei pressi della 2, ma io, stavolta, devo andare alla 7, quindi devo puntare l’altro cerchietto, e non continuare a remenarmi intorno alla 2 aspettando che il codice sulla lanterna diventi quello che mi serve per intervento divino.

Dopo un po’ che me pindoljo su e zo dalle parti della 2, vedo che la lanterna con il codice desiderato è inscritta in un cerchietto collocato da tutt’altra parte rispetto a quello che sto guardando. Mi dirigo verso il cerchietto contraddistinto in carta dal numero 7 e, con mia somma sorpresa, trovo la lanterna.

 

Dalla 7 alla 8

Decisamente la mia tratta preferita: intuitiva e percorribile anche a ridotte capacità motorie.
Col senno di poi, non ho capito l’utilità della sequenza 7-8-9, nel senso che, se fossi un’orientista, probabilmente mi lamenterei del fatto che su tratte del genere non si può “fare orientamento”; poiché non lo sono, mi rallegro del fatto che basti proseguire alla cazzomannaggia e ci pensa la lanterna, tirandoti una testata negli stinchi, a farsi trovare.

 

Dalla 8 alla 9

Altra lanterna collaborativa, che si fa punzonare anche se stai mangiando un panino guardando la figa che passa (che è una cosa che faccio mediamente cinque volte la settimana, dal lunedì al venerdì, fra le 13:00 e le 14:00).
Durante la gara – come detto – le lanterne collaborative mi piacciono molto, ora un po’ meno, perché non mi danno molto materiale per un post sull’orienteering, ma è un prezzo che sono disposta a pagare.

La mia memoria ha ora tramutato l’albero isolato che vedete in carta in un pannello informativo e la collocazione della lanterna all’incrocio dei sentieri anziché al centro del cerchietto rosa.
È ufficiale: non posso scrivere di essere mai entrata in carta, non ci sto entrando neanche a posteriori, ma a questo punto della gara mi importa solo di uscirne, dalla carta.
Tanto ora sono arrivata e, anche se non ho capito un cazzo come al mio solito, non sbaglio più.

 

Dalla 9 al finish

C’erano diversi tragitti praticabili, tutti più corti di quello che ho scelto io, che – però – era su sentiero.

L’ho scelto grazie a una valutazione lucida, ponderata e tecnica “Belin, guarda, è Zzi! Facciamogli una sopresa, andiamogli dietro!”
Chi ci ha visti dal vivo capisce al volo la demenzialità della mossa, chi ignora le nostre fattezze la capirà apprendendo che Zzi è snello, alto (anche bello, ma ai fini della corsa è poco rilevante), non molto allenato, ma comunque abbastanza atletico, dotato di femori lunghi come tutta la mia gamba, mentre io sono tappotta, tracagnotta, dotata di due culi, entrambi di piombo, e scattante come un nuraghe (una figa, insomma): vestita con la tuta della nostra giovane, ma rispettabile, società sembro un container dell’Evergreen; dunque, dove lui corre con falcata ampia e portamento elegante , io annaspo col fiato corto, il volto paonazzo (molto paonazzo, non avete idea di come divento), la schiena curva e il mento al suolo come se stessi salendo per il Muro di Sormano, gettando gli arti inferiori a casaccio nello spazio, sperando che finiscano almeno saltuariamente nella direzione che mi serve.


Lo tengo nel campo visivo poche frazioni de secondo, poi mi ritrovo su un sentiero che non sono sicurissima di avere fatto bene ad imboccare, ma c’è un traliccio che brulica di orientisti, sento che dev’esserci la 100 da quelle parti.

Lo sciacquone, inteso come lo scarico (dei dati) del (percorso) WC, dice che ci ho messo mezzora precisa, che come risultato atletico è una chiavica, ma come numeretto da vedere sullo scontrino è chicchissimo.
Un esperto, nel commovente quanto vano tentativo di appassionarmi alla materia, mi ha spiegato che i piazzamenti, nell’orienteering, possono essere interpretati variamente.
Per esempio, con mio quartultimo posto – davanti a un’esordiente assoluta che, fino al giorno prima, se le dicevi “bussola”, pensava al locale in Versilia famoso negli anni Sessanta, a una donna incinta e a un bambino di due anni iscritto con il nome della mamma perché ancora troppo piccino – in categoria Cessi, potrei considerare di aver battuto anche i partecipanti in categorie inferiori e – perché no? – anche coloro che si erano iscritte nella mia categoria, ma non sono partite.
Ricapitolando, ho battuto un’innocente, una donna incinta, un duenne, anziani, bambini e infermi.
Belin, mi fa proprio onore, mi fa!

 

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2 Responses to “Larry a San Leonardo, 19 maggio 2013 – Campionato regionale SPRINT FVG”

  1. […] Brava, bel risultato, facci un post! […]

  2. […] un mese fa, alla vigilia della gara di San Leonardo, abbiamo avuto l’onore di avere nostri ospiti a cena La Regina della Bussola e il Principe […]

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