Continua la menata lanterna per lanterna, iniziata qui e proseguita qui.

Lanterna 12

Mi ostino a seguire il sentiero, che non lascio fino alla fine, superando leggermente la lanterna, ma raggiungendola dalla pianura anziché dallo strapiombo dal quale si sono buttati gli ottuagenari.
Il Neofita, che non arriva alla trentina e pare agile come uno stambecco, aderisce alla mia scelta. Qualora l’abbigliamento civile non lo avesse reso abbastanza chiaro, ecco la conferma che non è un orientista.

 

Lanterna 13

Qui, più che di scelte conservative, parlerei di cappelle a raffica.
Faccio la prima immediatamente, uscendo dalla 12, andando a prendere la strada asfaltata pensando di imboccare da lì il sentiero che mi avrebbe condotta alla lanterna, senza avvedermi del fatto che bastava tornare indietro per prendere il medesimo sentiero, risparmiando un sacco di strada. È che quando vedo l’amico asfalto mi entusiasmo e lo devo raggiungere, è più forte di me.

Ma tanto la gara è corta e poco faticosa, che vogliamo che sia qualche passo in più? E poi, così facendo, incontro Zzi; se avessi potuto, lo avrei scelto.

La maggior parte del sentiero è in discesa, e io sembro una che sta facendo riabilitazione. Forse dovrei farla veramente e capire quali sono i muscoli da azionare sui piani inclinati verso il basso, perché è palese che ho un problema con essi.

La cappella grossa la faccio in zona punto, perché proprio non ci entro.
Sto venti minuti a fare su e giù nel boschetto della mia fantasia, pensando di essere ora lì, ora qui, aspettandomi di trovare ora quello, ora questo, ma senza mai arrivare alla lanterna.
Trovo un fottìo di orientisti, tra i quali, finalmente, il Sommo, che conferma la mia teoria sulla posizione della lanterna.
Ho fiducia che ora la troverò, probabilmente ero solo arrivata storta dalle altre direzioni. Quando vengo su da un muretto che non c’era alcun bisogno di scalare, ma dal quale io passo solo per il gusto di affaticarmi, il Neofita è lì che mi guarda stranito e mi indica la lanterna. Ringrazio. Non la vedo subito, ma ci deve essere. “Un po’ più avanti”, macché. “Guarda a destra”, c’è un cazzo. “Più a destra”. Punzono giusto un attimo prima che il Neofita mi sfili il pirulo dalla mano e vada a punzonare al mio posto, estenuato dalla mia imbranataggine.
Sincera-sincera? Ero in zona, l’avrei trovata anche da sola, ma è chiaro che ci avrei impiegato ancora qualche minuto. Dato che  il mio risultato, in termini di classifica, è invariabile e invariante, non mi sento in colpa neanche un po’.

 

Lanterna 14

Sentiero tutta la vita, solo nel penultimo centimetro faccio l’orientista e taglio il tornante, vado a prendere il sentiero perpendicolare che invita a suicidarsi nel lago e non vedo una cippa come al mio solito. Ma ho ancora grande fede nella carta, mi sporgo un pochino e la lanterna c’è. Mi siedo, scendo, punzono e torno fuori, sempre seduta.
Rotolo di lato come Indiana Jones che recupera la frusta senza farsi schiacciare il braccio ed evito la carica del Previdente Presidente, che scompare pochi istanti dopo all’orizzonte.

 

Lanterna 15

A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, è stato il più grande successo della mia vita, perché sebbene dal punto di vista dell’orientamento sia stata la consueta cazzata, dal punto di vista del coraggio è stato più impegnativo che camminare sui carboni ardenti con i piedi unti.
A voler essere onesti, è stato probabilmente il momento più brutto della mia vita dopo il recente lutto.

Esco tranquilla e serena dalla 14, decisa a farmi portare dal sentiero. È facile: arrivo in quota, prendo la prima a destra e imbocco quello di fronte. Anzi, sai che c’è? Mo corro, tanto mica serve guardare la carta!

Mi avvedo della palude perché il Previdente Presidente – che ho ancora a portata di sguardo, sentendomi un ghepardo per questo – ci fa qualche passo dentro, si imbratta, ma va via veloce, insieme a SuperGiovane, comparso dal nulla e nel nulla scomparso.
Quando mi avvicino anche io, vedo che il sentiero è pieno di fango. Facile passare, per quei due: sono maschi; ma io sono una dama, i miei piedini, in quello schifo, non ce li metto. Meglio se mi tengo un po’ più a destra, sul prato. Il fondo è molle, ma l’erba drena un po’. Cerco di procedere disinvolta, ma affondo ad ogni passo.
Sento il dolce suono del traffico, la civiltà non è lontana, devo solo andare avanti e beccare la lanterna, dà lì, poi, si prosegue per sentiero.

Sì, ma come si fa ad arrivarci? C’è melma ovunque, se mi fermo più di dieci secondi inizio a sprofondare. Dunque sono queste le sabbie mobili. Una mezza idea di urlare aiuto ce l’ho, poi me ne viene una ancora più balzana: leggere la cartina.
In realtà non la leggo, vedo solo che c’è palude per ettari ed ettari intorno a me, ma ancora non capisco dove sono, non capisco, cioè, che se la collinetta davanti a me è così distante, io non sono nei pressi del sentiero che le passa in quota, bensì alle sue pedici, a destra del fiumiciattolo, che poc’anzi ho preso per quello stesso sentiero.
Capisco, però, che devo andare verso la suddetta collinetta, solo che tra me e lei c’è un abisso di fango. Sul serio, non so quanto sia profondo: e se affogo? OK, non diciamo stronzate, non è che ti mandano in posti pericolosi. In effetti, non dovrei essere qui, potrebbe essere un posto pericoloso, che gli organizzatori non hanno previsto che venisse attraversato.

Ecco il piano: aspetto che passi qualcuno e attraverso; se sprofondo, grido.

Eccone uno!
Niente da fare, davanti a me c’è la palude Stigia, non ho il coraggio di infilarmici. Aspettiamo il prossimo atleta.
Arriva quasi subito una ragazza, ma a giudicare dalla tuta non parla la mia lingua, meglio aspettare che passi un italiano, possibilmente uno dei “miei”.
Ecco, forse arriva qualcuno. No, è anziano, è sordo, non fa al caso mio.
Compare il Geometra Giallo all’inizio del sentiero. Non è uno dei miei, ma se faccio ancora un po’ la schizzinosa, gli atleti finiscono.

Dentro fino alla coscia, come Katherine Hepburn nella Regina d’Africa, che detta così, mi piace quasi.
Cristo, Humphrey Bogart veniva su pieno di sanguisughe. Ci saranno le sanguisughe? Cos’è questa roba intorno alla caviglia?

Non guardare giù, Larry, per l’amor del cielo, non guardare giù, che come minimo c’è il mostro della rumenta di Guerre Stellari.
Sguardo dritto e sei già fuori.
E non fare la cazzata di guardarti le gambe neanche adesso.

 

A questo punto potrebbe essere una buona idea correre, specie per scrollarsi di dosso il fango, ma diciamocelo: mi sono cagata sotto, ho le gambe di semolino, è tanto se metto un piede davanti all’altro. Prendo un sentiero a casaccio; la lanterna, impietosita, lascia la sua collocazione originale, qualunque essa fosse, e mi si para davanti.

Andiamo via di qua.

Lanterna 16


Stavolta non esco dal sentiero, neanche a costo di fare un deviazione fino alla Francia.
La lanterna non si vede, ma tanto lo so che l’hanno di nuovo infilata in qualche buco sotto il livello della strada, per raggiungere il quale ci si rompe il collo.
Infatti, o il Geometra è andato a visitare una catacomba, o la lanterna sta là sotto.

Lanterna 17 e finish


Anche stavolta, se mi fossi comportata in modo originale e avessi letto la carta, anziché vedere una strada e correre, peraltro a velocità inferiore a quella a cui cammino, avrei fatto una buona scelta.
Magari non una buona scelta di percorso in termini orientistici, ma per me sarebbe stata buona di sicuro: anziché fare il giro del Fullo passando per il posteggio, avrei potuto scendere per il sentiero fino alla X, e da lì tagliare per il lago. Erano poche bracciate sottocosta, magari non avrei fatto prima, ma di certo mi sarei divertita di più.

Faccio, invece, la scelta convenzionale, incagliandomi giù per le scalette e stramazzando sotto il sole tra la 100 e il finish, che c’è scritto che è lì dietro, ma non arriva mai. Corro in un secondo più di Zzi e uno meno di Marko con la K.
Si vede che non avevo fatto un cazzo per tutta la gara.

Tagged with:
 

2 Responses to “Larry al Kumitzberg (Villach/Villaco/Beljak), 1° maggio 2013 – Campionato regionale FVG [3]”

  1. […] termine della mia prestazione, durata parecchio, invero, la giornata era ancora calda e […]

Leave a Reply